Negli ultimi anni in Italia emergono sempre più casi di padri che scelgono di ridurre l’impegno professionale, cambiare lavoro o rinunciare a trasferimenti per occuparsi dei figli. Non sono fenomeni paragonabili per diffusione a quelli delle madri, ma smettono di essere casi isolati: si osservano scelte consapevoli che riflettono un cambiamento, seppure ancora timido, nelle responsabilità familiari.
Esempi concreti arrivano da professionisti di vari settori. Marco Ottonello, manager, racconta di aver preso un anno di congedo dopo la nascita dei suoi gemelli, rinunciando a parte della carriera e del reddito per avere più tempo per la famiglia. A Bolzano un commercialista trentenne ha lasciato lo studio dove lavorava per mettersi in proprio, con l’obiettivo di occuparsi dei figli senza costringere la moglie a ridurre l’orario. Un ex manager del settore delle telecomunicazioni riferisce di aver seguito la compagna in Asia, lasciando il posto di lavoro dopo un periodo di aspettativa per consentirle di progredire nella carriera.
I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) confermano alcuni segnali di cambiamento culturale: tra le motivazioni indicate dai padri nelle dimissioni volontarie o nelle risoluzioni consensuali entro i tre anni di vita del bambino cresce la quota legata alla cura. Secondo la relazione sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali pubblicata a maggio, nel 2024 si sono registrate 59.454 dimissioni volontarie, di cui il 69,6% riguarda le donne. Le dimissioni volontarie degli uomini erano aumentate dell’11,7% nel 2023, dato rimasto sostanzialmente stabile nel 2024, mentre quelle delle donne sono diminuite del 3,8%.
La motivazione «cura» tra i padri è salita dal 16,7% nel 2023 al 21,1% nel 2024. Tuttavia permangono ampie differenze di genere nelle ragioni delle dimissioni: per le donne prevalgono le difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura, soprattutto per l’assenza di servizi (45,2% nel 2023; 47,5% nel 2024), seguite dai problemi legati all’organizzazione del lavoro (29,5% nel 2023; 30,0% nel 2024). Complessivamente la difficoltà di cura rappresenta il 74,7% delle convalide nel 2023 e il 77,5% nel 2024. Per i padri, invece, la motivazione principale resta il passaggio ad altra azienda (72,2% nel 2023; 66,6% nel 2024), pur con un aumento delle indicazioni legate alla cura.
Stefano Marconi, direttore della Direzione interregionale del lavoro del Centro presso l’INL, osserva che le motivazioni dichiarate non sono necessariamente univoche: un padre può indicare più di una ragione. L’incremento delle motivazioni legate alla cura può essere interpretato come un segnale di cambiamento culturale, ma Marconi ricorda anche che l’aumento si verifica dopo il 2023, quando è entrata a regime una modifica normativa che ha esteso ai padri alcuni benefici: oggi madri e padri possono dimettersi volontariamente entro i tre anni di vita del figlio; entro il primo anno non è dovuto il preavviso e spetta la Naspi, oltre all’indennità sostitutiva di preavviso se si è usufruito del congedo di paternità.
Non mancano però critiche al fenomeno delle dimissioni per motivi di cura. Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, definisce questa dinamica «una sconfitta collettiva»: significa che la genitorialità non è ancora riconosciuta come valore sociale e che sono necessarie scelte politiche chiare e investimenti strutturali nei servizi educativi per l’infanzia.
Resta inoltre un forte divario tra gli effetti della maternità e della paternità sul lavoro. Secondo la docente Maddalena Cannito dell’Università di Torino, la maternità ha un impatto sul lavoro «incommensurabile» rispetto alla paternità; per gli uomini, al contrario, avere figli tende ad aumentare il tasso di occupazione, l’attività lavorativa e le ore lavorate.
Oltre ai dati e alle analisi, pesa anche il fattore culturale: esiste ancora uno stigma verso i padri che fanno un passo indietro nella carriera. Molti rinunciano per timore del giudizio sociale o professionale. «Molti amici che avrebbero potuto permetterselo non lo hanno fatto per paura del giudizio. Un headhunter mi disse che il mio era un suicidio professionale. Io ho preferito la mia felicità personale», racconta Ottonello, riassumendo la tensione tra carriera e scelta familiare che caratterizza queste storie.
I segnali di cambiamento sono evidenti ma fragili: la crescita delle dimissioni motivate dalla cura tra i padri indica una nuova attenzione alla responsabilità genitoriale, ma per trasformare questa tendenza in una reale parità occorrono politiche di sostegno e servizi che rendano sostenibile la condivisione dei compiti di cura per entrambi i genitori.
Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/se-padre-sceglie-cura-figli-e-lascia-o-cambia-lavoro-AIqWi61B
