La guerra con l’Iran sembra aver assunto una nuova dimensione, in cui le fratture tra gli stati del Golfo possono determinare sviluppi inaspettati. Le monarchie della regione sono chiamate a scelte difficili: schierarsi con l’asse Stati Uniti-Israele, con il rischio di indebolirsi internamente, o riallacciare rapporti con l’Iran, mettendo a repentaglio le relazioni con gli alleati occidentali interessati a garantire la continuità delle forniture energetiche.
Tra le dinamiche più rilevanti emergono le divergenze di lungo corso tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sulle quote di produzione petrolifera. Gli Emirati puntano a massimizzare le esportazioni per convertire le entrate in fondi destinati a un’economia post-petrolifera, mentre il controllo saudita sugli accordi Opec ha alimentato risentimenti fino alla scelta degli Emirati di uscire dal cartello. Le ricadute economiche e politiche di questo contrasto restano complesse e non ancora del tutto definite.
Un passaggio strategico cruciale nella politica energetica di Abu Dhabi risale a oltre un decennio fa: la costruzione dell’oleodotto Habshan-Fujairah, lungo 380 chilometri, che collega i giacimenti interni al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman. Fujairah è l’unico emirato situato completamente al di fuori dello Stretto di Hormuz. L’opera aveva lo scopo esplicito di rendere lo Stretto meno centrale nelle operazioni di esportazione degli Emirati: in caso di interruzioni o pressioni iraniane sul traffico nello Stretto, la rotta verso Fujairah garantisce un’alternativa operativa e commerciale.
La logica strategica è netta: se lo Stretto di Hormuz ritorna alla libera navigazione, gli Emirati possono sfruttare entrambe le rotte e sostenere una crescita produttiva post-crisi; se invece lo Stretto resta instabile, ogni carico deviato verso Fujairah genera introiti per le infrastrutture emiratine e riduce l’influenza di Teheran. In questo senso, la scelta di investire nelle infrastrutture non è stata soltanto economica, ma parte di un più ampio riassetto strategico della regione.
Negli ultimi anni la strategia di Abu Dhabi si è intrecciata con iniziative finanziarie e tecnologiche di portata internazionale. Figure di vertice degli Emirati guidano investimenti in intelligenza artificiale, data center e piattaforme di tokenizzazione delle materie prime. Tra le mosse citate a livello pubblico vi sono partecipazioni e lanci di attività legate alla tokenizzazione di risorse come petrolio e gas, con l’uso di stablecoin e piattaforme blockchain per regolare transazioni. Secondo chi osserva questi sviluppi, l’effetto potenziale non è sostituire il dollaro come unità di conto, ma ridurre la dipendenza dall’architettura istituzionale che conferisce a Washington leve di influenza, come i canali bancari e il sistema Swift.
Sul piano delle rotte commerciali, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) è al centro di un riposizionamento geopolitico e infrastrutturale. Annunciato al G20 del 2023 e promosso da India, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati, Francia, Germania, Italia e Unione Europea come contrappeso alla Belt and Road Initiative cinese, il corridoio è oggi in fase di costruzione e, secondo resoconti, ha assunto caratteristiche operative in cui grandi fondi sovrani e attori privati svolgono un ruolo centrale.
La rotta marittima orientale dell’Imec collega porti indiani come Mundra, Kandla e Jawaharlal Nehru Port Trust ai terminal emiratini di Fujairah, Jebel Ali e Abu Dhabi. Il tratto settentrionale prosegue via ferrovia attraverso l’Arabia Saudita, passando per Ghuwaifat e Haradh, entra in Giordania e raggiunge il porto israeliano di Haifa, gestito da operatori internazionali. Da Haifa, le merci possono attraversare il Mediterraneo verso Grecia e Italia e da lì proseguire per l’Europa.
La governance di alcuni snodi strategici del corridoio non sarebbe affidata a organismi multilaterali tradizionali ma a entità private, con meccanismi di regolamento alternativi basati su tecnologie digitali e stablecoin. La tokenizzazione degli asset e l’uso della blockchain compongono l’architettura finanziaria che potrebbe sostenere le transazioni lungo il corridoio, offrendo un’infrastruttura di regolamento diversa da quella bancaria tradizionale.
Il corridoio Imec è concepito per funzionare in scenari differenti: sfruttare Fujairah come via di bypass nel caso di criticità nello Stretto di Hormuz o tornare a utilizzare le rotte marittime del Golfo se le tensioni dovessero rientrare. Allo stesso modo, strumenti come la tokenizzazione e le piattaforme di intelligenza artificiale applicate alla governance e alla gestione logistica risultano progettati per operare in entrambi gli scenari.
Nel loro complesso, queste mosse indicano che i paesi del Golfo hanno predisposto un riposizionamento strategico che mira a ristrutturare rotte commerciali e meccanismi di regolamento finanziario, con l’obiettivo di rafforzare la propria influenza sul traffico globale e sul commercio. Il cambiamento delineato rappresenta una possibile trasformazione della geografia economica e geopolitica mondiale, i cui esiti dipenderanno dall’evoluzione delle tensioni regionali e dalle scelte politiche dei principali attori coinvolti.
Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/global/ingolfati-sfida-abu-dhabi-riyad-quel-corridoio-imec-che-coinvolge-l-italia-1.3354365
