Le riflessioni di Lev Tolstoj nel secondo epilogo di Guerra e pace offrono un chiave interpretativa utile per interrogarsi sulle dinamiche che producono guerra e violenza collettiva. Tolstoj rifiuta l’idea che il corso della storia sia determinato da una singola volontà o da un «uomo solo»: al contrario, sottolinea la somma di infinite decisioni individuali, di circostanze contrapposte e di forze invisibili che fanno muovere i popoli. Da questo presupposto nasce la domanda centrale: che cosa spinge masse di persone a bruciare case e a uccidere i propri simili? La risposta non è univoca né facilmente riconducibile a cause singole e semplici.
Applicando questo sguardo al presente, diventa insufficiente spiegare conflitti come quello tra Stati Uniti, Israele e Iran attribuendoli esclusivamente a decisioni personali — l’arroganza di un leader o l’ambizione di un altro — o a motivazioni unicamente economiche come il petrolio o il ruolo del dollaro. Questi fattori sono rilevanti, ma agiscono insieme ad altri elementi: pressioni geopolitiche, interessi statali e privati, narrazioni ideologiche e religiose che alimentano scelte politiche e militari.
La dimensione religiosa compare in modo evidente nelle teologie escatologiche che accompagnano alcune fazioni: la credenza in una successione profetica di eventi — dall’avvento dell’Anticristo al ritorno del Salvatore — può influenzare scelte politiche e strategie. In questa cornice, certe correnti evangeliche americane hanno espresso sostegno per interventi percepiti come funzionali a un disegno religioso, e figure legate all’Amministrazione statunitense hanno legittimato l’azione militare anche con argomentazioni di natura teologica. Simili motivazioni si intersecano con posizioni di intellettuali e investitori tecnologici che sostengono visioni «accelerazioniste»: promuovere cambiamenti tecnologici e sociali radicali, sbloccando il potenziale della tecnologia per inaugurare una nuova fase economica e politica.
Questa convergenza di interessi e narrative rende plausibile leggere la guerra come parte di una transizione più ampia verso un assetto multipolare e digitale, caratterizzato da sorveglianza diffusa e valute digitali di banca centrale (CBDC). Tale tendenza non sarebbe esclusiva dell’Occidente: anche molte potenze emergenti, comprese alcune nazioni dei Brics, mostrano modelli sociali che combinano forte controllo statale, economie finanziarie e sistemi di monitoraggio.
Il quadro geopolitico si compone così di assi e contese tra grandi potenze. Al centro del Mediterraneo e del Medio Oriente, si delinea un asse Stati Uniti–Israele contro l’Iran, che impone scelte nette alle potenze regionali: allinearsi alla coalizione occidentale o entrare nel campo della cosiddetta resistenza Iraniana, senza spazi intermedi facilmente percorribili. Sul piano energetico, secondo questa lettura, per gli Stati Uniti diventa preferibile bloccare l’export petrolifero del Golfo piuttosto che permettere che risorse strategiche vengano controllate dall’Iran e destinate a potenze emergenti come la Cina.
Un secondo asse oppone l’Unione Europea, il Regno Unito e settori «globalisti» degli Stati Uniti alla Russia, con il sostegno alla resistenza ucraina e la preparazione di una partecipazione europea sempre più diretta al conflitto. In questo contesto, le élite europee vedrebbero nella crisi energetica un’opportunità per attuare misure restrittive che possano consolidare nuove forme di governance sovranazionale, limitando libertà e sovranità nazionali.
L’obiettivo strategico di questi poli sarebbe evitare un’alleanza esplicita tra Iran e Russia, così che le due potenze non riconoscano di combattere contro le stesse dinamiche globali: un processo che, secondo l’analisi, si accompagna a negoziati e distrazioni retoriche che spesso servono più a mascherare che a risolvere i conflitti.
Anche la Cina mantiene una posizione di attesa strategica, ma coltiva strumenti di influenza capaci di plasmare il discorso globale: l’emergere di teorie che richiamano cospirazioni storiche o religiose contribuisce a ridefinire il quadro interpretativo degli analisti internazionali. La possibilità che Pechino intervenga direttamente in scenari come Taiwan resta tema aperto, inserito in un intreccio di interessi che vede Russia, Iran e Cina confrontarsi contro un nemico percepito in termini sistemici.
Alla luce di queste dinamiche complesse, la lezione di Tolstoj rimane attuale: i conflitti contemporanei non si spiegano con un’unica causa o con la volontà di singoli leader, ma emergono dall’intreccio di molte forze — economiche, politiche, religiose e tecnologiche — che agiscono simultaneamente. Capire questa pluralità di leve è condizione necessaria per decifrare il presente e le possibili traiettorie future.
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