La crisi nello stretto di Hormuz rimane fluida e contraddittoria: non si è assistito a una «chiusura» totale delle rotte marittime, ma il passaggio è stato reso di fatto impraticabile per gran parte del traffico commerciale a causa della sospensione delle coperture assicurative per il rischio di guerra. All’inizio di marzo 2026 i Lloyd’s di Londra e diverse compagnie assicurative marittime hanno infatti interrotto le polizze war risk per il Golfo Persico, una decisione che ha vincolato molti armatori a evitare la zona indipendentemente dalle intenzioni Iraniane.
Non tutte le navi hanno però cessato i transiti: alcune unità, soprattutto legate a Cina e Iran, hanno continuato a navigare adottando misure che le hanno rese meno visibili, come la disattivazione dei sistemi di tracciamento o operando al di fuori dei circuiti assicurativi standard. In queste condizioni la dinamica sul campo va letta anche attraverso il denaro: il mercato assicurativo e i flussi finanziari hanno trasformato uno stato di tensione militare in un blocco operativo de facto.
Il ruolo delle sanzioni è al centro delle difficoltà negoziali fra Teheran e Washington. Diversi funzionari statunitensi e arabi hanno attribuito all’intransigenza dell’amministrazione Trump sulla revoca delle misure economiche la principale causa dello stallo nei colloqui. Per l’Iran, la revoca delle sanzioni rappresenta una posta chiave; per l’amministrazione statunitense, invece, è parte di una strategia che nel corso dell’ultimo decennio ha sfruttato il potere del sistema finanziario per mettere sotto pressione la Repubblica islamica.
Alla questione petrolifera e a quella nucleare si sovrappone la contabilità dei danni: i ricavi energetici ottenibili dall’Iran devono ora essere messi in relazione con i danni economici stimati, che includono le perdite causate dai raid aerei israeliani e statunitensi. Nello scenario delineato da alcuni osservatori, Teheran potrebbe consentire passaggi marittimi «a pagamento», condividendo i proventi con l’Oman e privilegiando valute alternative come lo yuan o strumenti digitali, meccanismi che rappresenterebbero una forma di rinegoziazione economica del controllo sul traffico nel Golfo.
Il quadro militare e strategico è mutato: l’Iran ha sviluppato una forma di guerra asimmetrica basata su missili, droni e difese decentralizzate, riducendo la vulnerabilità delle proprie forze agli attacchi aerei tradizionali. Elementi come missili interrati, comandi provinciali autonomi, scorte distribuite e strutture difensive meno visibili dall’alto emergono come caratteristiche di una strategia che mira a neutralizzare la supremazia tecnologica e di piattaforma dell’Occidente.
Questa evoluzione ha complicato la risposta occidentale. Analisti sottolineano che l’attenzione mediatica sugli spostamenti di truppe statunitensi nasconde la trasformazione del conflitto in una competizione più lunga e meno prevedibile, dove la capacità Iraniana di infliggere costi senza esporsi in modo convenzionale altera le opzioni politiche e militari di Stati Uniti e loro alleati.
Sul versante israelo-Iraniano, la profondità dello scontro è evidente anche nelle scelte militari. Le operazioni israeliane contro aree residenziali, come i sobborghi meridionali di Beirut noti come Dahieh, richiamano l’applicazione di una dottrina che contempla l’uso di forze sproporzionate per colpire infrastrutture e popolazione civile al fine di scoraggiare i gruppi armati avversari. Tale approccio, nei dibattiti internazionali, è stato associato a concetti già discussi nella guerra in Iraq; resta però che gli attacchi contro civili e infrastrutture restano vietati dal diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra.
La dimensione politica internazionale mostra crepe nelle alleanze: la relazione tra Washington e Tel Aviv appare tesa e controversa, con percezioni divergenti sulla responsabilità e sulla direzione della guerra. Allo stesso tempo, la possibilità di un riposizionamento geostrategico degli Stati Uniti verso rapporti privilegiati con alcuni Paesi dei BRICS, e il dibattito sulla tenuta del sistema del petrodollaro, introducono ulteriori variabili economiche e politiche nelle scelte di lungo periodo.
In questo contesto, l’esito non è scontato: la guerra potrebbe continuare a lungo, con impatti economici, politici e umanitari considerevoli. La configurazione attuale indica una competizione che non si limita allo scontro convenzionale, ma attraversa mercati, assicurazioni, scelte valutarie e strategie asimmetriche, rendendo più complesso raggiungere compromessi politici e negoziali.
La crisi nello stretto di Hormuz ribadisce così l’interdipendenza tra decisioni militari e dinamiche economico-finanziarie: seguire il denaro diventa spesso la chiave per comprendere chi può davvero esercitare potere o definire l’agibilità degli spazi strategici in un teatro instabile e in rapida evoluzione.
Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/global/l-insostenibile-leggerezza-dell-uso-della-forza-ad-ogni-costo-1.3354317
