Se c’è un aggettivo che non può più connotare il lavoro, questo aggettivo è “totalizzante”. Oggi il lavoro costituisce uno strumento, ovvero una fonte di reddito, ma non è più totalizzante, non connota più l’identità e non è l’obiettivo prioritario. La centralità è ora lasciata al tempo, o meglio alla disponibilità del tempo, alla possibilità di poterne disporre per sé e per il proprio benessere. Di conseguenza il welfare, come nel caso della retribuzione, ha valore se può essere lo strumento per raggiungere questo benessere.
Tutto questo emerge con nitidezza dal nono Rapporto sul welfare aziendale realizzato da Censis in collaborazione con Eudaimon, leader nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di società del calibro di Campari, Credem, Edison e Michelin. Che ci fosse in atto una ridefinizione delle priorità era già nell’aria da un po’, almeno dall’esperienza pandemica, tuttavia, la novità di quest’ultima rilevazione sembra essere la portata di questo downshifting.
Ecco allora che per il 55,1% dei dipendenti la carriera non è una priorità di vita, lo è invece per il 33,8%, l’11,1% è invece incerto. Il dato già chiaro diventa ancora più inconfutabile se si aggiunge che il 44,7% degli occupati considera il lavoro più come un obbligo che come una passione. È vero che il 42,7% non è d’accordo, tuttavia la quota di chi non ha un’opinione precisa, 12,6%, è tale che l’aspetto della disillusione è prevalente.
Non a caso se si considera il piano motivazionale lo studio registra come capiti a quasi il 47% dei lavoratori «di smarrire il senso del proprio lavoro, al 16,4% capita spesso e al 30,2% di tanto in tanto». E se le gratificazioni latitano – il 78,9% dei lavoratori dichiara di non sentirsi abbastanza riconosciuto e valorizzato nel proprio lavoro mentre il 62,1% dei dipendenti soffre per la mancanza di spazi di autonomia – il fronte salariale non è più confortante: il 57,7% degli occupati infatti ritiene che la propria retribuzione non sia adeguata alla quantità e alla qualità del lavoro che svolge, il 55,4% dichiara che questa retribuzione non gli consente di mettere da parte soldi per le spese importanti come versare l’anticipo dell’acquisto di una casa o di un’automobile.
Più in generale, il 52,4% degli occupati ritiene che con il lavoro non si possa diventare benestanti. Una percezione quest’ultima che svela come il lavoro non sia più considerato uno strumento di emancipazione né di crescita sociale. Dunque, se la dimensione professionale è soprattutto fonte di malessere, questo malessere si manifesta in modo concreto.
Al 40,8% dei lavoratori è infatti «capitato almeno una volta di soffrire di ergofobia, cioè di provare un forte senso di paura al pensiero di recarsi sul luogo di lavoro, e di dover svolgere le proprie mansioni lavorative o, anche, all’idea di dover affrontare colloqui o valutazioni nel lavoro. Al 12% capita spesso e al 28,8% di tanto in tanto, mentre al 59,2% sinora non è mai capitato». Si concretizza così una situazione di vero e proprio stress: «Al 68,3% degli occupati capita di provare stanchezza psichica, fisica ed emotiva al lavoro, al 27,8% non è sinora capitato e il 3,9% non dà indicazioni».
Quando non addirittura una destrutturazione dell’individuo: il 21,7% degli occupati italiani dichiara di soffrire della sindrome del falso se, vale a dire una condizione psicologica in cui il singolo dubita costantemente delle proprie competenze, fatica a interiorizzare i propri successi e ricerca continuamente approvazione dagli altri.
Per reagire o per difendersi il 43,9% degli occupati dichiara di aver deciso di non rispondere a mail e a chiamate fuori dall’orario lavorativo. Questo perché ricevere mail, messaggi su WhatsApp o app simili, telefonate fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8 per cento.
L’insieme di tutti questi elementi rende la disponibilità di tempo per sé stessi una “questione di principio” tanto che l’88,2% degli occupati ritiene che dovrebbe essere un diritto riconosciuto a tutti quello di avere tempo per il proprio benessere soggettivo.
Soprattutto perché il 71,3% si dichiara convinto che esistano «le condizioni tecnologiche ed economiche per una riduzione del tempo di lavoro con, ad esempio, il taglio della settimana lavorativa a quattro giorni e/o il taglio dell’orario quotidiano di lavoro». Se questo è il contesto e se in questo contesto mancano soldi e soddisfazione che almeno il luogo di lavoro si faccia carico di aiuti tangibili e allora l’83,6% dei dipendenti si aspetta che l’azienda si impegni per il suo benessere complessivo.
Dal momento che per l’87,4% dei dipendenti italiani «il benessere fisico, mentale e sociale, vale a dire il wellbeing aziendale è considerato imprescindibile sul lavoro», al punto che ben il 71,3% dei dipendenti dichiara che se dovesse scegliere un nuovo posto di lavoro, opterebbe per un’azienda anche in virtù del suo welfare aziendale. Peraltro otto lavoratori su dieci ritengono che poter beneficiare di servizi di welfare aziendale ne migliora motivazione e produttività.
Ma quali sono i servizi più richiesti? Il 59,5% dei dipendenti giudica utili i buoni pasto, il 29,4% i buoni carburante, il 26,1% i buoni acquisto, il 16,4% i bonus legati all’acquisto di particolari servizi come, ad esempio gli abbonamenti o i voucher per attività sportive, culturali e ricreative (abbonamenti in palestra, corsi di nuoto, di cucina, ingressi in teatro ecc.), il 14,8% contributi o rimborsi per il trasporto pubblico. L’assistenza sanitaria è indicata dal 57,7% dei dipendenti.
Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/la-carriera-non-e-piu-priorita-vincono-tempo-e-benessere-AIIvF3gB
