La relazione speciale tra Stati Uniti e Israele, rimasta straordinariamente stretta per oltre trent’anni, mostra segni evidenti di incrinatura. Secondo Andrew P. Miller, Senior Fellow in Sicurezza Nazionale e Politica Internazionale presso il Center for American Progress, il legame si è logorato anche dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, periodi in cui due amministrazioni statunitensi hanno fornito a Israele un sostegno diplomatico e militare sostanzialmente incondizionato. Tuttavia il protrarsi del conflitto e le sue conseguenze hanno trasformato l’opinione pubblica, mettendo in discussione questa eccezione nel rapporto di Washington con Tel Aviv.
Nel saggio intitolato “The End of the Israel Exception”, Miller sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero smettere di trattare Israele con privilegi che nessun altro alleato riceve. Nelle sue valutazioni sull’amministrazione di Donald Trump, Miller esprime scetticismo sulla gestione americana del conflitto a Gaza, affermando che la presidenza tenda a delegare la responsabilità direttamente a Israele e che la strategia adottata sia basata più sulla dimostrazione di forza che su una visione di lungo periodo. “È tempo che Washington riveda i rapporti tra Stati Uniti e Israel”, osserva Miller, aggiungendo che «proteggere gli interessi israeliani, palestinesi e americani dipende dal lasciarsi alle spalle la relazione eccezionale».
La complessità delle relazioni tra i due Paesi emerge anche in episodi recenti: secondo due fonti citate dalla Cnn, Israele avrebbe condiviso con gli Stati Uniti informazioni su un presunto piano Iraniano per assassinare Donald Trump, elemento che aggiunge tensione in un momento in cui un possibile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran appare a rischio. Altri funzionari americani hanno ipotizzato che la comunicazione israeliana potesse mirare a influenzare le decisioni del presidente, che in quel frangente valutava un’intensificazione dell’azione militare contro Teheran. Trump ha risposto minacciando l’Iran di «annientamento totale» in caso di un attentato alla sua vita e dichiarando che l’esercito americano è pronto, senza però escludere che tali affermazioni possano produrre effetti contrari alle intenzioni.
David Hearst, editorialista con lunga esperienza internazionale, descrive un’inedita condizione di suggestionabilità del presidente statunitense e un’eccezionale vicinanza del primo ministro israeliano al cuore dell’amministrazione americana. Hearst rileva che la percezione di perdita di controllo da parte di Israele rispetto alla propria «madrepatria» potrebbe alimentare la frattura: Trump, pur avendo concesso a Israele riconoscimenti simbolici e sostegni concreti durante il primo mandato, si trova ora al centro di critiche e persino di ostilità pubblica in patria. «La vera domanda è: quanto è profonda questa frattura? E quanto sarà permanente?» si chiede Hearst.
Il dibattito interno israeliano è teso. Commentatori vicini al primo ministro Benjamin Netanyahu hanno attaccato duramente Trump: Yinon Magal ha definito il presidente «un perdente», mentre Yaakov Bardugo ha paragonato Trump e il vicepresidente JD Vance a «moderni Chamberlain». Amit Segal ha accUsato l’amministrazione di essersi arresa sull’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran. Shimon Riklin ha pubblicato osservazioni sul presunto indebolimento degli Stati Uniti e sulla perdita di attrattiva qualora si volesse essere loro alleati. Questi commentatori, alcuni considerati vicini al governo Netanyahu, hanno assunto un tono critico nei confronti di un presidente che in passato ha garantito a Israele riconoscimenti significativi, come l’annessione di fatto delle Alture del Golan e il riconoscimento di GerUsalemme come capitale.
Anche il passato politico ha lasciato tracce. L’ultimo grande pacchetto di aiuti militari statunitensi a Israele, firmato durante la presidenza di Barack Obama, ammontava a 38 miliardi di sterline (51 miliardi di dollari) distribuiti su dieci anni, il più consistente nella storia degli Stati Uniti. All’epoca critici come lo storico Avi Shlaim sottolinearono come Netanyahu avesse spesso risposto con ingratitudine e attacchi personali alla generosità americana.
Sul fronte dell’opinione pubblica e dell’immagine internazionale, emergono segnali di mutamento. Un sondaggio dell’Associated Press ha rilevato una crescente insoddisfazione verso la leadership israeliana in tempo di guerra. Secondo commentatori del mondo ebraico statunitense, come Dan Perry su Forward, Israele sembra affrontare oggi una forma di esclusione informale: senza dichiarare sanzioni ufficiali, realtà del mondo degli affari e dell’accademia cominciano a considerare operativamente il Paese un problema, con conseguenze pratiche simili a boicottaggi. Le ragioni di questo cambiamento sono molteplici, dal timore di antisemitismo a una protesta silenziosa contro la condotta bellica, fino al disappunto verso l’attuale governo di destra in Israele. Se la percezione globale continua a deteriorarsi, avvertono gli osservatori, si potrebbero aprire scenari di boicottaggi più formali.
La profondità e la durata della frattura tra Washington e Tel Aviv rimangono incerte. L’evoluzione del rapporto dipenderà dall’interazione tra decisioni politiche, dinamiche interne ai due Paesi e percezione internazionale: un equilibrio che, se non ristabilito, potrebbe segnare la fine di un sostegno incondizionato che per decenni ha definito i legami tra Stati Uniti e Israele.
Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/global/la-frattura-tra-gli-usa-ed-israele-e-la-fine-del-sostegno-incondizionato-1.3355388
