Settembre 29, 2026
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Nazionale News

L’effetto domino delle tecnocrazie: come industria, finanza e sorveglianza ridisegnano il potere globale

Secondo l’analisi di Patrick Wood, economista e studioso di tecnocrazia, transumanesimo e scientismo, la trasformazione in atto non può essere ridotta alla tradizionale contrapposizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina. Per Wood non si tratta di una “corsa” tra potenze o di un confronto ideologico convenzionale: la Cina non sarebbe l’arcinemico di Washington, bensì un tassello inserito in un più ampio progetto tecnocratico transnazionale.
La tecnocrazia, ricostruisce Wood, ha radici intellettuali che risalgono agli anni Trenta alla Columbia University: l’idea centrale è sostituire la governance politica con una gestione tecnica e scientifica affidata a un’élite di esperti. Questo modello non si propone come una tirannia aperta, ma come efficienza amministrativa: algoritmi, sistemi di monitoraggio e progetti di “miglioramento” sociale vengono presentati come soluzioni necessarie alla complessità moderna.
Esemplare, per l’autore, è il caso dell’incontro tra il presidente Donald Trump e una delegazione di leader dell’industria tecnologica diretti in Cina: tra i presenti, Elon Musk e Jensen Huang, amministratori delegati di realtà di primo piano, insieme a sedici dirigenti dei settori più critici dell’economia digitale e finanziaria. Wood interpreta quella missione non come un negoziato commerciale tradizionale, ma come un passo verso l’integrazione operativa di élite tecnologiche statunitensi e cinesi in un unico ordine gestionale globale.
A patto, però, che la Cina si trovi in una posizione subordinata: «La Cina è al tavolo perché ha esaurito il tempo, e Trump è colui che tiene in mano l’orologio», sintetizza Wood. Secondo il suo ragionamento, i futuri centri di potere saranno costituiti dai grandi attori dell’industria e della finanza tecnologica, che controllano infrastrutture decisive come chip, intelligenza artificiale, banche e piattaforme di connettività.
Un laboratorio operativo di questa architettura, mette in evidenza l’analista, sarebbe la ricostruzione di Gaza. Non si tratterebbe soltanto di interventi di emergenza, ma di un progetto complessivo di ingegneria sociale e territoriale: ricostruire da zero su aree liberate, definire quale società verrà impiantata, chi la governerà, quale valuta userà e come i residenti saranno monitorati. Wood descrive questo approccio come il primo caso su vasta scala in cui una classe gestionale privata decide in modo centralizzato queste variabili per milioni di persone senza la loro partecipazione.
Al centro del modello tecnocratico sta l’introduzione di una valuta digitale programmabile, citata nell’analisi con il nome Usd1, connessa a iniziative finanziarie private. Usd1, secondo Wood, sarebbe una stablecoin ancorata al dollaro e pensata per il sistema monetario post-bellico di Gaza, emessa da World Liberty Financial, società cofondata da Steve Witkoff. Witkoff compare anche come inviato per il Medio Oriente di Trump e come responsabile operativo del cosiddetto Board of Peace, l’organo di ricostruzione descritto come governato privatamente e presieduto da Trump con potere di veto. Per Wood, la sovrapposizione di ruoli e interessi non è un incidente ma una caratteristica strutturale dell’architettura proposta.
La piattaforma finanziaria programmabile si intreccerebbe quindi con infrastrutture di sorveglianza e servizio: la gestione monetaria tramite smart contract richiede wallet digitali con verifica d’identità, mentre Palantir Technologies e Oracle verrebbero integrate nel Civil-Military Coordination Center che supervisiona la ricostruzione. Palantir fornirebbe sistemi di identificazione biometrica potenziati dall’intelligenza artificiale, Oracle l’infrastruttura cloud di grado militare, e Starlink il livello di connettività territoriale. Le aree urbane progettate sarebbero dotate di checkpoint biometrici per l’accesso alle diverse zone, determinando così un controllo integrato su mobilità, transazioni e diritti d’accesso.
Wood sottolinea che nessuna iniziativa tecnocratica precedente avrebbe simultaneamente controllato il livello monetario (Usd1), il livello di investimento (token di asset Wlf), il livello di governance (Board of Peace), il livello di sorveglianza (Palantir/Oracle), il livello di connettività (Starlink), il livello diplomatico (inviati privati) e il design fisico (città intelligenti, come il citato Project Sunrise) all’interno dello stesso territorio amministrato da una rete di attori private e finanziariamente interconnessi.
L’analisi riconduce il consolidamento di questo modello a tre fattori convergenti: l’erosione della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei media; la polarizzazione sociale e la canalizzazione interna delle frustrazioni civiche; e l’emergere di tecnologie sufficientemente avanzate da abilitare un controllo totale. In questo contesto, la sostituzione della governance democratica con forme di governo aziendale, il ricorso massiccio all’intelligenza artificiale e l’implementazione di sistemi di sorveglianza totale appaiono come possibilità praticabili.
La questione posta dall’autore non è il rifiuto del progresso tecnologico in quanto tale, ma la definizione del suo scopo: come fare in modo che l’innovazione serva l’umanità invece di soggiogarla. Secondo Wood, la posta in gioco è la ridefinizione della libertà umana nell’era digitale e la capacità delle società di riconoscere e incidere, in tempo utile, sulla direzione di questa trasformazione.

Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/global/l-effetto-domino-delle-tecnocrazie-che-decidono-la-gestione-delle-societ%C3%A0-1.3354595