La questione cruciale non è tanto ciò che le macchine saranno in grado di fare quanto chi le controllerà nel momento in cui milioni di persone diventeranno superflue all’interno di un sistema che fino a ieri aveva assoluto bisogno del lavoro umano. Questo è l’avvertimento di Marcelo Ramírez, analista geopolitico argentino: la trasformazione tecnologica in corso non è una fantasia, ma una realtà che il potere preferisce per ora non affrontare.
Per oltre due secoli la società moderna si è sostenuta su un presupposto considerato inamovibile: la maggioranza degli individui doveva lavorare per sopravvivere. Il salario organizzava la vita collettiva, permettendo di comprare cibo, pagare un alloggio, mantenere una famiglia, educare i figli e pianificare la vecchiaia. Intorno a quella logica si è costruita un’architettura sociale complessa, fatta di Stati che tassano, imprese che vendono e banche che prestano, oltre a sindacati, partiti e istituzioni educative che regolavano le aspettative e le opportunità.
Anche se spesso ingiusto e sfruttatore, quel modello aveva un punto fermo: il lavoro umano era necessario. Oggi la diffusione dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione apre una fase diversa. La capacità di produrre sempre di più con sempre meno lavoro umano avvia una mutazione dell’ordine economico, sociale e politico. Quando il sistema scopre di poter sostenere gran parte della produzione senza le masse come forza lavoro, il problema esce dal campo economico per entrare in quello politico.
Il dibattito pubblico è spesso riduttivo: si limita a chiedersi se l’IA distruggerà posti di lavoro o ne creerà di nuovi e propone soluzioni già viste come formazione e riqualificazione. Ma il nodo vero è un altro: quale sistema sostituirà il capitalismo salariale quando il lavoro cesserà di essere il fulcro dell’economia? Se il salario si indebolisce, vengono meno anche consumi, gettito fiscale e mobilità sociale, con conseguenze sulla stabilità familiare, la legittimità politica e la nozione stessa di cittadinanza economica.
La trasformazione è già in corso, spesso in modo non eclatante ma altrettanto efficace. L’impatto iniziale dell’IA è sul lavoro cognitivo di routine: scrittura e traduzione automatizzate, programmazione di base, analisi documentale, assistenza clienti, rendicontazione, compiti ripetitivi nella contabilità, nelle risorse umane e nel supporto legale, oltre a funzioni di design e marketing a bassa complessità. A questi si aggiunge un effetto più sottile e continuo: posizioni non coperte, giovani non assunti, organici ridotti e compiti assorbiti da strumenti digitali. Un processo che somiglia al «gocciolio» di acqua che riscalda una rana, tanto impercettibile quanto profondo.
L’IA non rimane confinata al mondo digitale: quando si integra con sensori, visione artificiale, droni e bracci robotici tocca il mondo fisico. Veicoli autonomi, sistemi logistici automatizzati, macchinari agricoli intelligenti, robot di assistenza, sorveglianza automatizzata e applicazioni militari trasformano settori prima ritenuti resistenti all’automazione. Così la sostituzione investe trasporti, logistica, agricoltura, produzione, edilizia, sicurezza, pulizie, consegne, manutenzione, assistenza sanitaria di base e persino le attività belliche. Prima cade la ripetitività della mente, poi quella del corpo; rimarranno aree sempre più limitate legate al giudizio, alla leadership, alla cura profondamente umana, ai legami personali e alla creatività autentica.
Non è la tecnologia in sé il problema centrale: essa richiederebbe una pianificazione politica orientata al bene comune per distribuire equamente i frutti dell’automazione. Al contrario, oggi l’intelligenza artificiale viene impiegata nella logica di mercati concentrati che puntano a ridurre costi e aumentare produttività, concentrare il surplus e indebolire la dipendenza dal lavoro umano. La discussione pubblica non contempla seriamente come redistribuire la produttività generata dall’automazione; prevale invece l’ossessione per la competitività.
La politica è in ritardo. La destra liberale interpreta la trasformazione come un’evoluzione di mercato: chi non si adatta resterà indietro. La sinistra resta spesso intrappolata nelle categorie del XX secolo — capitale e lavoro, fabbrica e operaio, sindacato e salario — e tende a considerare l’IA come una questione tecnica o specialistica. Anche i media e il mondo accademico contribuiscono a frammentare il problema: i primi semplificano e distraggono, i secondi misurano e classificano entro schemi noti, senza affrontare la portata politica della transizione.
Questa contraddizione del capitalismo salariale è fondamentale: un’azienda può trarre vantaggio automatizzando e tagliando occupazione, ma se tutte seguono la stessa strategia il sistema distrugge la propria base sociale. La sfida che emerge è dunque politica e sistemica: decidere come regolare, distribuire e governare la produttività resa possibile da IA e robotizzazione per evitare che la riduzione del lavoro si traduca in esclusione, perdita di diritti e maggiore concentrazione di potere.
La trasformazione in atto impone un confronto che va oltre i piani tecnici ed economici: richiede risposte collettive e scelte politiche chiare su controllo, proprietà e distribuzione dei frutti dell’automazione, affinché il progresso non si traduca in abbandono sociale ma in una riorganizzazione equa della vita economica e civica.
Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/global/quando-il-potere-non-avr%C3%A0-pi%C3%B9-bisogno-di-lavoratori-n%C3%A9-del-popolo-1.3354694
