L’amministrazione statunitense ha introdotto una nuova ondata di dazi con l’obiettivo dichiarato di contrastare il lavoro forzato e proteggere la competitività dell’industria domestica. Da venerdì sono entrate in vigore tariffe fino al 12,5% su merci provenienti da 60 partner commerciali, una misura motivata dalla mancata adozione di divieti efficaci contro il lavoro forzato, che secondo le autorità coinvolge circa 27,6 milioni di persone a livello globale.
La maggior parte dei Paesi interessati sarà soggetta a un dazio del 12,5%, tra cui Vietnam e Cina. Per 17 nazioni che hanno introdotto alcuni divieti sul lavoro forzato, tra cui Regno Unito, Canada e Messico, l’aliquota sarà invece del 10%. Altri cinque partner commerciali, tra cui l’Unione Europea, vedranno un’ulteriore imposizione volta a portare la loro tariffa complessiva ai livelli del 10% o del 12,5% previsti dalla clausola della nazione più favorita.
Secondo fonti televisive statunitensi, la Casa Bianca definisce l’iniziativa come l’azione più radicale a livello internazionale in materia di diritti dei lavoratori mai intrapresa dagli Stati Uniti. L’amministrazione sostiene che il contrasto al lavoro forzato non è soltanto una questione di diritti umani, ma anche di correttezza commerciale: Paesi privi di restrizioni in materia di lavoro forzato avrebbero un vantaggio sleale rispetto agli Stati Uniti.
I dazi entrati in vigore il 24 luglio sono concepiti per combinare applicazione normativa e incentivi, con l’obiettivo di spingere i partner commerciali a adottare e far rispettare divieti sulle importazioni basati sugli standard statunitensi. Le nuove tariffe sono scattate immediatamente dopo la scadenza della precedente serie di imposte del 10% sulla maggior parte delle importazioni.
Analisti e osservatori interpretano questa mossa anche come il tentativo dell’amministrazione di ripristinare un sistema globale di tariffe dopo che, a febbraio, la Corte Suprema aveva annullato la maggior parte delle tariffe Paese per Paese, ritenendo che fossero state imposte in violazione di una legge sui poteri economici di emergenza. In risposta, l’amministrazione aveva promesso di reintrodurre le misure attraverso vie legali alternative, sostenendo che i dazi sono necessari per rilanciare la produzione manifatturiera statunitense e contrastare pratiche commerciali ritenute sleali.
Molti economisti mettono però in guardia sui rischi: l’introduzione di dazi può tradursi in prezzi al consumo più elevati e in una frenata della crescita economica.
L’Unione Europea ha accolto positivamente il fatto che le misure adottate dagli Stati Uniti siano considerate in linea con gli impegni tariffari previsti dalla dichiarazione di Turnberry, dichiarando di aver già adempiuto alla propria parte. Bruxelles ha sottolineato di attendersi che Washington continui a rispettare i termini della dichiarazione congiunta UE-USA, anche relativamente a eventuali misure correttive nell’ambito di ulteriori indagini previste dalla Sezione 301.
La Commissione europea ha ricordato che le nuove misure statunitensi prevedono un’aliquota globale del 10% per i 27 dell’UE e reintroducono esenzioni per alcuni prodotti, come sughero e diamanti, oltre alle esenzioni già vigenti per aeromobili e componenti, medicinali generici e principi attivi. Secondo Bruxelles, il rispetto degli impegni offre lo slancio per esplorare ulteriori esenzioni e approfondire la cooperazione su risorse naturali critiche, sicurezza economica, intelligenza artificiale e dossier digitali, mantenendo stabilità e prevedibilità per i rispettivi mercati.
La Sezione 301 è lo strumento legale statunitense che consente l’imposizione di dazi prolungati in risposta a pratiche commerciali ritenute sleali, previa indagine governativa, indagine che si è conclusa questa settimana. L’amministrazione conduce inoltre altre indagini ai sensi della stessa Sezione 301 che potrebbero sfociare in ulteriori misure tariffarie, come quelle imposte recentemente al Brasile.
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